leggi l’articolo originale su IndieRoccia

Luciano D’Abbruzzo: sono facce e sono parole questo tempo nuovo

C’è un libro dal titolo “MADRE” uscito per Edizioni Underground? che custodisce poesie… e poi c’è un disco dal titolo “PADRE” che custodisce canzoni. E poi c’è la sua voce, quella di Luciano D’Abbruzzo che è una voca calda, una voce di contemplazione, una voce di cantautore moderno e classico allo stesso tempo. E ripenso alle volute di Ivano Fossati o alle chiuse solipsistiche di Gianmaria Testa. È un disco di personaggi dentro cui, probabilmente, rivedo il mio tempo e ci ritrovo altro che avevo dimenticato. Un disco prezioso… in questo mare digitale di finzione. E l’intervista che segue di certo non poteva essere da meno…

Quando ascolto la tua musica penso che il futuro sia questo. Se ti chiedessi invece dei computer? Che rapporto hai con le A.I.?
La tua premessa mi piace e mi appassiona molto, così come la domanda. Quando sento la parola computer non posso fare a meno di pensare ad Adriano Olivetti, pioniere e precursore. Per l’A.I. il mio discorso è un po’ lungo, ma proverò a riassumere. Premetto che l’ho usata per la copertina di Angelo Incustodito, uscita nel 2023, e che, come tutte le scoperte dell’umanità, grandiose all’inizio, finisce poi come una “lama” ad uso di pochi e girata contro l’umanità stessa. Partendo dall’etimologia della parola intelligenza, che deriva dal latino intelligĕre, cioè “leggere dentro”, ho elaborato il mio pensiero in merito. Non genera dal nulla, legge solo, a una velocità vorticosa, tutti i dati che da un trentennio abbiamo digitato sui nostri dispositivi, quelli che in fondo ci hanno anche estorto dandoci cose apparentemente gratuite. Ora l’A.I., quella che funziona, si paga, e profumatamente, ma non credo sia autonoma. È gestita dall’intestatario del contatore di energia elettrica che la alimenta. Immagino una presa che, se qualcuno stacca, l’A.I. non riuscirebbe da sola a riattivare. Semplifico ulteriormente: l’intelligenza artificiale per me è come la macchinina che, facendo su e giù velocemente, taglia il kebab a strisce. Però la “ciccia”, la carne, è nostra, ci sono le nostre vite dentro. I Big Data sono l’umanità. Anche il Pontefice si è espresso sull’A.I., dicendo cose condivisibili. Mi spiace però che abbia ancora aperti i profili su X: non è coerente con quello che pensa di Musk.

Te lo chiedo perché, anche conoscendo un poco la tua vita personale, il bosco, le attività sul sociale e nella natura, ho sempre avuto l’impressione che la tua musica in qualche modo voglia resistere alla tentazione delle macchine veloci e pensanti. No?
Non del tutto, forse ho usato il computer come mezzo e non come fine, per unire e non per dividere. Posso rispondere con il titolo di una mia canzone, La Bufala di Bill, nell’album N€uro con i M.I.G. Ero giovanissimo e mi preoccupavo pensando che sarebbe diventato tutto automatico, senza il “feel” umano. Dicevo anche: “C’è un uomo dietro ad ogni macchina, non lo scordare mai; non cambiare quel rapporto, usala per noi”. Sorrido perché era lo scorso millennio. Il computer lo uso dal novantaquattro e non credo che avrei fatto molte delle cose che ho fatto senza utilizzarlo.

E così quando Taketo Gohara usa i synth… di cosa parliamo?
Credo che in questo caso si tratti di una giusta interazione tra uomo e macchina, che da sola non può generare niente di nuovo, solo replicare. Come dicevo prima, c’è un uomo dietro ad ogni macchina. Nel caso di Taketo, quindi, è una magia perché c’è il giusto connubio tra i synth, nati analogici, la mente e le mani di chi li manipola. Un uso moderno di una conoscenza antica.

continua ,,,leggi l’intervista completa